CARO AVVOCATO, HAI SBAGLIATO. LE CONSEGUENZE

Un uomo passa davanti alla scritta ''La legge e' uguale per tutti'' nell'aula in cui si sta tenendo un'udienza del processo Cesaroni, Roma, 7 luglio 2010. Simonetta Cesaroni fu trovata accoltellata il 7 agosto 1990 negli uffici romani degli Ostelli della gioventu'. ANSA/MASSIMO PERCOSSI/GID

Il dovere di DILIGENZA e il dovere di COMPETENZA degli avvocati

Art. 12 – DOVERE DI DILIGENZA – Codice Deontologico Forense

L’avvocato deve svolgere la propria attività con coscienza e diligenza, assicurando la qualità della prestazione professionale.

Art. 14 – DOVERE DI COMPETENZA – Codice Deontologico Forense

L’avvocato, al fine di assicurare la qualità delle prestazioni professionali, non deve accettare incarichi che non sia in grado di svolgere con adeguata competenza.

Sono due, tra gli altri, gli articoli del Codice Deontologico Forense (che potete trovare qui) che interessano particolarmente ErroreAvvocato.it, ovvero l’art. 12 rubricato “DOVERE DI DILIGENZA” e l’art. 14 rubricato “DOVERE DI COMPETENZA”.

Il dovere di diligenza serve a garantire al cliente dell’avvocato, come dice la stessa norma, la qualità della prestazione professionale svolta.

La diligenza, insegna la miglior dottrina, deve essere soppesata in relazione al concreto contenuto del rapporto professionale, ed è correlata allo “sforzo” che può essere richiesto in sede di comportamento esecutivo ad un professionista medio (comparabile, per la diligenza non professionale, al buon padre di famiglia). Fondamentale, a questo proposito, è distinguere nello specifico la natura della prestazione richiesta all’avvocato: vi sono infatti ipotesi di obbligazioni di mezzi, ed altre invece che sono di risultato.

Tradizionalmente si diceva che la prestazione dell’avvocato sia sempre una prestazioni di mezzi: ciò vuol dire che l’avvocato deve impegnare la propria scienza per un risultato sperato, ma il non raggiungimento del risultato non implica di per sé alcun inadempimento.

Questa impostazione è stata correttamente modificata dalla giurisprudenza degli ultimi anni, in quanto alcune prestazioni professionali sono, a tutti gli effetti, delle obbligazioni di RISULTATO. Si pensi ad esempio al caso – statisticamente frequente nei casi di legal malpractice – di mancata tempestiva proposizione di appello ad una sentenza di primo grado. Se un avvocato propone un ricorso oltre il termine utile ultimo, il ricorso stesso viene dichiarato INAMMISSIBILE, senza nemmeno entrare nel merito del gravame. Ecco, questo è un classico caso dove la prestazione professionale (redigere l’appello) implica una parte di prestazione che è tipicamente un’obbligazione di mezzi (e che afferisce al merito del ricorso e dunque al risultato atteso del suo accoglimento in sede di appello) mentre proporre lo stesso ricorso ENTRO il termine di decadenza afferisce invece ad una obbligazione di RISULTATO: l’avvocato che dunque sbaglia e non deposita in tempo il ricorso, non volge diligentemente la propria obbligazione (in questo caso di risultato) e conseguente dovrà risarcire il relativo danno. Non rileva infatti qui la tecnica forense, la strategia, l’aleatorietà dell’incarico professionale: aver comunque depositato l’atto di citazione in appello oltre il termine legale utile rientra pienamente in un caso di negligenza professionale.

Poi, ciò non significa che AUTOMATICAMENTE vi sia un concreto e diretto danno da parte del cliente. Ancora dovrà comunque valutarsi SE il comportamento alternativo corretto avrebbe prodotto un risultato utile. Ciò a dire che il cliente dovrà comunque dimostrare che se l’appello fosse stato tempestivo, vi sarebbero state CHANCE di vittoria (prova non sempre semplice). In ogni caso va riconosciuto che la giurisprudenza tende sempre più a riconoscere un certo peso alle probabilità di vittoria, condannando conseguentente l’avvocato negligente in termini di percentuale del danno calcolato tra la media su ipotesi di vittoria e ipotesi di soccombenza in appello (bisogna anche considerare che, statisticamente, le sentenze riformate in appello NON sono che una parte rispetto al numero degli appelli promossi).

Molto importante è anche il dovere di COMPETENZA richiesto agli avvocati.

Qui l’aspetto rilevante è più sfumato, ma statisticamente più rilevante. Ed infatti in Italia si ha una realtà del mondo forense composta ancora, per la stragrande maggioranza, di studi con un solo avvocato, o ancora con pochi avvocati associati (ma privi di divisione interna in termine di materie: una mera divisione dei costi di studio) dove l’attività pratica è quasi sempre a 360 gradi: si passa dalla separazione, all’incidente stradale, alla multa, al contratto, allo sfratto, al piccolo reato. Insomma, è il caso – purtroppo diffuso – dell’avvocato “tuttologo”, che nella sostanza non dice mai di no alla possibilità di acquisire un nuovo cliente, una nuova pratica, anche se dello specifico settore è completamente a digiuno.

Ciò accade con una certa frequenza soprattutto nei settori della responsabilità sanitaria, da incidente stradale, e nel diritto del lavoro. Questo perché tutti hanno qualche amico, o amico di amici, che prima o poi ha un piccolo incidente o una questione di licenziamento… e allora ci si rivolge, appunto, all’avvocato generalista tuttologo, che ovviamente assume l’incarico, anche se poi concretamente, nella sua attività professionale, è magari un penalista, o un amministrativista (ma perché rinunciare ad una pratica?).

Va specificato che questo comportamento è, come detto, deontologicamente VIETATO, e gli avvocati più seri, naturalmente, non fanno che reindirizzare il potenziale cliente verso altri colleghi maggiormente qualificati. Questo però non avviene sempre, forse anche per la sottovalutazione di questi avvocati della specificità di ogni settore, e delle molte insidie correlate anche in una semplice richiesta di risarcimento per danno da rachide cervicale (il famigerato colpo di frusta).

E’ dunque importante che detti comportamenti, contrari allo spirito della nobile professione forense, vengano stigmatizzati e che le vittime di errori legali siano compiutamente risarcite del danno patito. Ciò anche al fine di rendere giustizia a quegli avvocati che, invece, affrontano con serietà, diligenza e competenza la loro professione, e che preferiscono fare un passo indietro rispetto ad ipotesi di nuovi guadagni se vi è comunque la possibilità che i loro clienti non ricevano un’assistenza adeguata.